PREMESSA

In Italia la satira è scomparsa. Dai media mainstream, quantomeno, soprattutto dalla televisione. Con buona pace dei fans dei vari Fiorello-Panariello-Littizzetto-Crozza-Zalone etc.
Il dizionario Devoto-Oli la definisce

critica più o meno mordace (dal sarcasmo alla caricatura) verso aspetti o personaggi tipici della vita contemporanea

ma è forse la sentenza n. 9246/2006 della  Prima sezione penale della Corte di Cassazione ad aver meglio chiarito i termini della questione:

È quella manifestazione di pensiero talora di altissimo livello che nei tempi si è addossata il compito di castigare ridendo mores, ovvero di indicare alla pubblica opinione aspetti criticabili o esecrabili di persone, al fine di ottenere, mediante il riso suscitato, un esito finale di carattere etico, correttivo cioè verso il bene.

Non è satira, dunque, il semplice dire parolacce, e nemmeno lo sfottò bonario incentrato su difetti fisici di questo o quel politico. Nè può esserlo la semplice rappresentazione dei vizi d’un popolo (i mores appunto), se lo scopo del film non è di castigare ma di assolvere.

In Italia c’è una data che segna un punto di svolta: il 2002, l’anno del celeberrimo “editto bulgaro“, ossia la dichiarazione dell’allora Premier Berlusconi secondo cui Biagi, Santoro e Luttazzi avevano fatto un “uso criminoso” della Rai, da cui si auspicava venissero cacciati i 3.
Ora, chi è sempre vissuto in Italia non dovrebbe stupirsi più di tanto se, qualche mese dopo, i 3 furono effettivamente cacciati; un po’ la struttra stessa della Rai (il cui CDA si componeva allora -e si compone tutt’oggi- di gente estratta dal Parlamento e in buona parte dalle relative maggioranze) e un po’ la naturale tendenza alla piaggeria e al servilismo insita nella maggior parte dei giornalisti italici avrebbero dovuto far intuire fin da subito quel che sarebbe successo.

Un po’meno ovvio era, invece, che nulla sarebbe mai stato più come prima. Era legittimo credere che, tramontato Berlusconi, i suoi (presunti) avversari ripristinassero un po’ di sana libertà d’espressione.
Senonché i suddetti (presunti) avversari si son dimostrati allergici alla satira almeno quanto lui.

Così, laddove un tempo andava in onda Il Caso Scafroglia, oggi viene trasmesso Made in Sud. Se un tempo Grillo poteva liberamente dare dei ladri ai socialisti dal palco di Sanremo, in tempi recenti  Crozza veniva fischiato sul medesimo palco (al grido di “no politica”) per una pur blanda imitazione di Berlusconi stesso.
Oppure -per andare dall’ “altra” parte- un’altrettanto innocua imitazione della Boschi mandava su tutte le furie la dirigenza piddina, che reagiva esattamente come il Silvio nazionale (seppur per molto meno)
.

I CARTOON SATIRICI

Nel frattempo il mondo civile andava in tutt’altra direzione (cioè progrediva).
Nel 1987 faceva il suo esordio sul piccolo schermo uno show fatto con personaggi di colore giallo, che in pochi decenni avrebbe rivoluzionato il modo di far satira in TV. I Simpson erano una caricatura feroce e disincantata della società statunitense, e funzionavano per la loro “adattabilità” a diversi tipi di pubblico e fasce d’età. I bambini e gli adolescenti ridevano per le marachelle di Bart o per le stupidaggini di Homer (un po’ come si può ridere per certe scene di Mamma ho perso l’aereo), ma un adulto -dotato d’un minimo di senso critico- riusciva a cogliere il contesto. A far ridere non era solo la stupidità di Homer, quanto il fatto che egli, nella sua infinita ignoranza e stupidità, di mestiere faceva il responsabile della sicurezza d’una centrale nucleare. Un pugno nello stomaco per un Paese (gli Stati Uniti) che da sempre si presenta al mondo come la patria della meritocrazia.

Certo, l’ironia sottile e intelligente dei Simpson oggi può apparire quasi bonaria, in confronto a certi “fork” più recenti (dai Griffin a South Park, fino ad arrivare a quel trionfo di Black Humor che è Brickleberry). Del resto, gli sceneggiatori dei Simpson qualche limite se lo sono sempre imposto: le allusioni al sessualità sono rarissime (e quelle poche estremamente pudiche e “innocenti”), così come non si scherza mai su argomenti ritenuti tabù. Tutt’altro scenario invece in Family Guy (e derivati), dove tra i vari personaggi figurano anche stupratori (Quagmire), pederasti (l’anziano Herbert); per non parlare del fatto che molte religioni (dal cattolicesimo a Scientology, passando per buddismo, islam e molto altro) vengono prese tranquillamente di mira e fatte oggetto di scherno feroce.

Un mondo diametralmente opposto a quello italiano, insomma, dove i cartoni animati sono ancora considerati un prodotto riservato a bambini e adolescenti, e in cui -soprattutto- il “politicamente corretto”sta dilagando (e facendo più danni della grandine) in ogni ambito.

Ecco allora il senso de I Rossi. Provare a creare un’opera libera tanto nei contenuti quanto nelle licenze d’uso.
Nata e sviluppata in rete, un po’ per necessità (il cartoon satirico per adulti è -come detto- un concetto ancora impensabile nei network televisivi italiani) un po’ per scelta: i cartoni animati sono tra le opere più difficili e costose da realizzare (un singolo episodio de I Simpson costa circa 2 milioni di dollari, uno di South Park 100.000). Eppure esistono già, in rete, progetti di film d’animazione sviluppati in forma collaborativa: si pensi agli Open Projects della Blender Foundation, oppure -per entrare nel mondo dell’animazione 2D- al Morevna Project.

I Rossi vuole quindi essere un’opera culturale libera, nell’accezione definita qui. Nel caso specifico:

  • Gli episodi del cartoon saranno liberamente guardabili, scaricabili e re-distribuibili.
  • I materiali di scena (file dei personaggi) saranno rilasciati in copyleft, si possono scaricare e riutilizzare.
  • I principali software con cui è prodotto sono liberi: Inkscape per il disegno vettoriale, G.I.M.P. per la manipolazione di immagini, Synfig Studio e (forse) Blender per l’animazione

 

 

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